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 La morte continua a sorprendere Augusto come la prima volta, alle porte della città di Gerusalemme: ogni volta che affila la spada, ogni volta che le sue mani si macchiano di rosso, ogni volta che qualcuno cade ai suoi piedi per non alzarsi mai più Augusto sente qualcosa dentro di lui cadere a pezzi. La morte lo distrugge perché in cuor suo vorrebbe che non ce ne fosse bisogno, perché in cuor suo sa che ogni ferito, ogni morto è innocente e per quanto ormai sia sceso a patti con la sua coscienza, questa non perde l’occasione di farsi sentire.

Non dovrebbe essere così, si ripete mentre cavalca in testa al suo esercito e le mura di Gerusalemme diventano pian piano sempre più visibili, non dovrebbe essere così: non gli importa quanto santa e giusta questa guerra sia, non gli importa che le persone che muoiono sotto le loro armi cristiane siano feroci pagani; tutto quello che riesce a pensare è che lui e i suoi soldati stanno uccidendo persone.

D’altra parte questo è il suo dovere, questo è quello che deve fare: sono passati quattro anni da quando il fratello del suo defunto padre lo ha designato come suo successore, quattro anni da quando gli hanno messo tra le mani quella spada che ora regge con fierezza e sicurezza, quattro anni da quando ha preso il comando della grande Crociata in Terra Santa, quattro anni da quando ha conquistato Bostrys, Byblos, Beirut, Sidone, Tiro, Acri, Haifa, il Monte Carmelo, Cesarea, Ramla e Betlemme, giungendo infine davanti alle mura di Gerusalemme.

Sa di essere in grado di regnare, sa di essere in grado di difendere quella che ora è la sua terra e sa di poterlo fare molto meglio di tanti altri: dopo quattro anni il ragazzo ancora titubante ha lasciato il posto ad un uomo fatto e finito, che agisce consapevolmente e che non può fare altro che portare avanti quel massacro.

Non ha mai voluto prendere le redini questa guerra ma allo stesso tempo è conscio di quanto essa sia giusta e santa – così almeno gli hanno ripetuto fino allo sfinimento – e necessaria.

E forse in un certo senso anche Augusto ha cominciato a pensare che a volte la guerra sia necessaria: da quando ha cominciato a sentire quelle voci – che in poco tempo sono diventati sempre più consistenti, sempre più reali, sempre più vere – che raccontano della principessa tenuta prigioniera a Gerusalemme dal Sultano Ghasaan, la sua mente si sofferma sempre più spesso a pensare che durante questa Crociata forse potrà perfino aiutare qualcuno.

Ogni singolo soldato del suo esercito ha sentito parlare di lei dal primo istante in cui hanno messo piede nella terra d’Egitto e si sono diretti verso la Città Santa: la chiamano الاميرة مكسور, principessa spezzata nella rozza traduzione che i suoi soldati gli hanno fornito, e da quando quell’appellativo è risuonato alle sue orecchie Augusto non è mai riuscito a smettere di pensare a lei.

Della sua storia sa soltanto quello che era trapelato al mondo esterno: il sultano Ghasaan aveva conquistato Antiochia dopo un lungo assedio e aveva portato con sé a Gerusalemme la principessa della città, Kostantin, per sposarla. Il popolo diceva con la forza, il mondo occidentale con la diplomazia.

Tutt’ora Augusto non sa con certezza quale delle due alternative corrisponda alla verità – nonostante le condizioni delle popolazioni che hanno incontrato nella marcia verso la Città Santa sembrassero puntare decisamente verso i racconti e le voci – ed è per questo motivo che ormai non aspetta altro che fare quello per cui sono venuti e finire finalmente quella guerra distruttiva.

E scoprire, forse, di poter aiutare qualcuno che ne ha bisogno: abbandonare quella principessa – dopo tante storie, tanti racconti e tutta la portata della sua immaginazione gli sembra quasi di poterla vedere con il pensiero – gli sembra sbagliato, più sbagliato di quello che è costretto a fare ogni singolo giorno da quattro anni.

Quando davanti ai suoi occhi compaiono in tutta la loro grandiosità le mura di Gerusalemme il suo cuore ha un sussulto che la sua mente non riesce ad impedire: le macchine da guerra e le torri di assedio vengono lentamente avvicinate alla città e tutto quello che Augusto riesce a pensare è che la marea ha iniziato ad alzarsi: i suoi soldati sono l’acqua che ripulirà la città dal suo padrone e dai suoi parassiti.

 

Ha trascorso intere giornate in quelle stanze, rinchiusa nell’unico luogo dove per qualche ora poteva trovare rifugio e consolazione da tutto quello di sbagliato che esiste tutt’ora nella sua vita. Le sue stanze, piene dei pochi libri e dei pochi oggetti che è riuscita a conservare – di quei pochi che Ghasaan non ha ancora gettato nel fuoco – che incredibilmente riescono a rassicurarla più di ogni altra cosa. Lui non entra mai nelle sue stanze e Kostantin non ne ha ancora capito l’esatto motivo: quando la vuole manda semplicemente qualcuno a prenderla per poi portarla da lui e per qualche ragione, nonostante sia pronta a veder comparire qualcuno da un momento all’altro, in quelle stanze riesce quasi a sentirsi al sicuro.

Si appoggia piano alla ringhiera del balcone, lasciando che lo sguardo corra dai giardini alla città che vede snodarsi in dedali stretti e tortuosi davanti ai suoi occhi. Non mette piede fuori da quel palazzo da tre anni, ormai, e ora che ne ha diciassette, ora che ha letto tutto quello che poteva leggere non desidera altro che andarsene e vedere finalmente tutto quello che fino a questo momento ha soltanto potuto immaginare.

Sogna, perfino in quel momento, le distese di sabbia degli immensi deserti e le oasi verdeggianti, le impenetrabili giungle dell’Africa e le cascate, le foreste, le montagne e i ghiacciai che mai vedrà. Sogna, perfino in quel momento, ma davanti ai suoi occhi e nel suo futuro vede soltanto le mura di quel palazzo e lui.

Lui che non la lascerà mai andare, lui che non le permette quasi più nemmeno di recarsi nei giardini, lui che è tutto il suo presente e tutto il suo futuro, lui che non ha rispetto per lei e per i suoi desideri e per il suo corpo e per qualsiasi altra cosa che la riguardi.

Piangerebbe, se soltanto sentisse ancora di avere abbastanza cuore per farlo. Piangerebbe per tutto ciò che le viene negato e per tutto quello che è costretta a sopportare; ma la verità è che piuttosto che piangere di nuovo per lui si butterebbe da quello stesso balcone. E ha pensato di farlo, oh se l’ha fatto. Ha pensato così tante volte alla morte, in così tanti modi da non riuscire nemmeno a ricordarli tutti, eppure qualcosa l’ha sempre trattenuta dal farlo. Non sa cosa sia e non vuole saperlo, non sono domande che si pone volentieri perché in fondo sa che non portano a nulla e che non porteranno mai a nulla.

Eppure sorride, ora, nel vedere in lontananza, oltre le mura della città, un esercito schierato. I colori sono sbagliati, i colori non sono quelli del Sultano e lei non può che esserne felice.

Ha sentito parlare – per quanto lui abbia tentato di evitarlo in ogni modo possibile, impedendole perfino di parlare con le poche serve che ancora le è concesso di avere – di questo nuovo, grande guerriero cristiano, ha sentito parlare di tutto quello che ha fatto e può solo immaginare quello che farà ancora.

نوفل: Al- Nawfal, così lo chiamano: luminoso, splendente, generoso. Lo associano alla forza e alla potenza del mare, dicono che travolga città e interi paesi con la stessa potenza dell’oceano e Kostantin è entusiasta al pensiero che quello sarà l’ultimo spettacolo che vedrà prima di morire.

Vuole vederlo travolgere quella città, vuole vederlo travolgere Ghasaan, vuole vederlo vittorioso e splendido come lo raccontano prima di togliersi davvero la vita – perché se non sarà Ghasaan a farlo lo farà da sola: non ha la minima intenzione di finire in mano a un nuovo padrone che di nuovo la tratti come un animale.

Il suo corpo freme al suono dei tamburi e Kostantin, coperta dagli abiti migliori, dai gioielli migliori tra tutti quelli che possiede, aspetta pazientemente il suo spettacolo.

Il suo sguardo rimane fisso sulle mura per ore, fino all’esatto momento in cui in esse finalmente si apre una breccia e da quella breccia uno sciame di soldati fa irruzione all’interno della città, spargendosi come un fiume in piena tra le costruzioni e per le strade.

Questa non è la sua città, questo non è il suo regno: la sua casa è a Sud, oltre le giungle e le foreste, a Sud tra gli animali e la natura selvaggia che nessuno osa contrastare – il suo regno è quello che non ricorda nemmeno più, quello che le hanno strappato da bambina, quello che mai più rivedrà e del quale sente una mancanza che sa non essere nemmeno possibile. Ma questo non è il suo regno, per quanto lei ne sia la regina, e non riesce in nessun modo ad essere dispiaciuta di ciò che sta accadendo quando il suo presente e il suo passato convergono nella sofferenza che ha dovuto sopportare per anni.

Il futuro che è davanti a lei è morte, solo morte – che sia per mano di Ghasaan o meno – e Kostantin non può fare altro che esserne felice perché qualsiasi cosa, qualsiasi cosa è meglio di quello che c’è adesso. Perfino la morte.

Per questo ride – ed è una risata spaventosa, quella che sfugge dalle sue labbra, spaventosa e quasi folle – affacciata al balcone, nel vedere lo spettacolo che si stende davanti ai suoi occhi; il vento agita la stoffa dei suoi vestiti, accarezzandole la pelle nuda delle braccia e del collo, insinuandosi tra le ciocche ondulate dei capelli e quasi superandola, via, al di fuori di quel palazzo.

Hanno ragione a paragonarlo al mare: quella è la marea, quelle sono le onde che spazzano via tutto ciò che di sbagliato esiste, le onde che spazzeranno via anche lei, di questo è assolutamente consapevole.

 

Ma la risata di Kostantin che riecheggia nelle stanze del palazzo è quanto di più debilitante possa esserci per Ghasaan in questo momento, quanto di più debilitante possa esserci per la sua mente offuscata e il panico che dilaga dalla testa al tremore delle mani. Non può davvero credere a quello che sta succedendo, a come ha sottovalutato quello che per lui fino ad un anno prima era solo un moccioso insignificante che giocava a fare il conquistatore e che ora è la principale minaccia al suo regno, alla sua città, al suo potere e alla sua terra.

Lo stesso che ora non sa come affrontare.

Si rende conto, da qualche parte nel profondo, di essere molto più debole e spaventato di quanto avrebbe creduto possibile e questo riesce soltanto a farlo infuriare ancora di più.

Senza nemmeno accorgersi dei propri movimenti si ritrova con l’impugnatura della sciabola stretta tra le mani, diretto a passo pesante e incerto verso le stanze della puttana.

Sa perfettamente cosa sta facendo in questo momento: ora che sa con certezza di stare per perdere tutto quello che possiede, ha intenzione di divertirsi almeno un’ultima volta con l’unico gioco che è ancora nelle sue mani.

Quando la porta delle stanze si spalanca il sultano impiega qualche minuto per capire dove la ragazza possa essere finita: non ha il permesso di muoversi da lì – e non ha nemmeno le chiavi per poterlo fare, se è per questo: confinata in una delle torri del palazzo non potrebbe riuscirci nemmeno volendo – e per qualche istante pensa perfino possa essere scappata in qualche modo. Poi l’immagine di Kostantin sul balcone, che si sporge come può per osservare quello che succede al di sotto del palazzo e intorno a loro, lo colpisce come un pugno in pieno stomaco.

«Mi dispiace, Ghasaan, ma sta per finire» mormora piano la principessa, rivolgendosi più a se stessa che all’uomo che è costretta a chiamare marito e re, lo sguardo ancora fisso sullo scorcio della città che può vedere dalle sue stanze.

Non si spreca nemmeno a voltarsi, pur avendo sentito la porta aprirsi: non ha la minima intenzione di obbedire ancora una sola volta a quell’uomo, non ha la minima intenzione di soddisfarlo ancora, di aiutarlo in qualsiasi modo. Di farlo sentire meglio – perché sa perfettamente quale debba essere il suo umore attuale, sa perfettamente quanto possa essere terrorizzato, codardo e spaventato com’è.

Questo non vuol dire che abbia intenzione di morire subito, no: vuole vedere quel condottiero cristiano almeno una volta prima di gettarsi nel vuoto, vuole vedere la persona che nella morte e nella distruzione le ha porto la salvezza. L’uomo che ora, senza nemmeno saperlo, riesca a farla ridere – quella risata che di nuovo si perde nel vento e nel cielo – di pura gioia.

Ghasaan trema di rabbia nel sentirla ridere di nuovo, ormai totalmente fuori controllo, non più padrone di se stesso da ore: l’unico modo che ha per avere la sua rivincita, per smettere di pensare a tutto quello che perderà tra poco, è prendersela con lei. Sfogare su di lei tutta la sua rabbia perché parte della colpa è indubbiamente sua: è lei che con le sue preghiere pagane ha aiutato quel principe cristiano a raggiungere Gerusalemme così in fretta, è lei che con quegli sguardi alteri l’ha distratto dai suoi doveri e l’ha fatto impazzire in ogni modo possibile.

Desiderava soltanto amarla e averla per sé ma lei non ha mai voluto concedersi a lui – troppo bella, troppo altera, troppo preziosa per concedersi ad un sultano? E guarda tutto questo dove ti ha portato, puttana, guarda che cosa sei diventata. Saresti potuta essere una regina; «tutto questo di diverte?»

«Non avete idea di quanto, mio signore» Kostantin risponde a quel tono minaccioso con un sorriso divertito, rivolgendosi a lui in quel modo con il preciso scopo di prendersi gioco del suo titolo e della sua autorità su di lei. Ricorda le violenze fisiche e le ingiurie a lei rivolte ogni singola volta che aveva osato sfidare il suo potere anche soltanto con uno sguardo e ora che sente di non avere più paura tutto quello che può fare è lanciare un’occhiata alla città che pian piano sta cadendo e ridere di nuovo.

Lo schiaffo che segue quelle parole e quelle risa è così forte da farla sbattere con violenza contro una delle colonne e da tagliarle il sopracciglio destro grazie al grosso anello che Ghasaan porta all'indice della mano destra; la stessa mano che soltanto qualche secondo più tardi la prende per la gola e la costringe a rimanere immobile e ad annaspare per riuscire a rubare un po’ del prezioso ossigeno del quale ora viene privata, mentre il sultano le strappa la veste preziosa e urla qualcosa che lei nemmeno riesce a capire.

«Questa è la fine anche per te, puttana! Se non ti uccido io adesso ci penserà quel maledetto a farlo! Oppure si farò furbo e ti tratterà come quell’animale che sei» il sultano sibila quelle parole a pochi millimetri dal suo viso, costringendola a chiudere gli occhi per qualche secondo. Li riapre subito, però, decidendo che se finalmente è giunta la sua ora non ha la minima intenzione di dargli alcun tipo di soddisfazione.

«E credete forse che io non lo sappia, mio signore?» ride di nuovo, Kostantin, nonostante il dolore, nonostante la paura che per l'ennesima volta la colpisce nel profondo – non vuole provare quella sofferenza di nuovo, nonostante tenti in tutti i modi di convincersi che non è così, che non c’è nulla da temere.

«Credete che non voglia andare incontro al mio destino? La morte non mi spaventa, Ghasaan, e se non mi sono gettata da questa torre anni fa è soltanto perché desidero con tutta me stessa vederti sconfitto, prima di morire» e la sua voce rimane ferma ad ogni singola parola, senza tremare o incespicare nemmeno per un istante; «voglio che tu perda tutto quello che ho perso io e ti assicuro che nulla al mondo mi soddisferà più di questo».

Ghasaan freme di rabbia a quelle parole, schiaffeggiandola di nuovo e buttandola a terra, strappandole quasi del tutto le vesti di dosso; sogghigna nel vedere le condizioni in cui la sua adorata moglie è ridotta, sogghigna nel vedere il corpo pieno di ferite sanguinanti e vecchie cicatrici che non le ha mai permesso di curare e sulle quali ha infierito ogni volta di più.

Andava così fiera del suo corpo, cantato in ogni paese dell’Africa e dell’Asia, quando l’aveva presa in moglie. Passava ore e ore a rimirarsi negli specchi del palazzo: così bella, così elegante, perfetta in ogni modo. Lo era state fino a quando Ghasaan non si era stancato di vederla bella e troppo lontana da lui.

La stringe con tutta la forza che possiede, godendo nel sentirla gemere di dolore e nel vedere quei suoi patetici tentativi di liberarsi dalla sua presa: la sua puttana è piccola, troppo piccola per riuscire a contrastarlo anche solo minimamente e la sensazione di invincibilità che prova nell’essere sopra di lei, nel vederla dimenarsi e non riuscire a fare nulla lo infiamma di nuovo, lo libera da qualsiasi altro pensiero che non sia farla di nuovo sua. Non gli importa se contro la sua volontà.

«Fermati!» un’esclamazione improvvisa costringe Ghasaan a voltarsi di scatto e a lasciare momentaneamente la presa su Kostantin: alle loro spalle si erge un uomo sconosciuto e armato che punta la spada verso di lui fissandolo con astio al riparo dietro l’elmo. Il calcio che il cavaliere cristiano gli sferra subito dopo è abbastanza forte da mandarlo a terra qualche metro più in là e a fargli perdere i sensi per qualche secondo.

Gli occhi azzurri dell’uomo bruciano di rabbia e Kostantin, pur sentendosi sommergere dalle ondate di dolore – aveva desiderato rivedere il mare e l’oceano, sì, ma non certo questo tipo di onde –, si rannicchia su se stessa e solleva lo sguardo per vederlo, finalmente. Sa che è lui, non ha bisogno di conferme, non ha bisogno che qualcuno lo spieghi: è lui l'uomo che la sta salvando, è lui l’uomo che aspettava.

L’uomo che la guarda, la guarda lì distesa a terra, rannicchiata e sofferente, la guarda e vede il suo viso stravolto dal dolore e tutto quello che capisce in quel momento è la sua spada, la sua spada conficcata nel petto di quel bastardo che nel frattempo si è alzato e ha tentato di caricarlo con un urlo disperato e pieno di frustrazione. Parare il suo colpo, uno, due, tre volte, nella testa del cavaliere esiste solo il sangue sui vestiti della principessa e i suoi occhi tristi e spenti.

Al di fuori della sua mente esiste soltanto il suo urlo invece, il suo gemito rabbioso nell’ennesimo affondo che finalmente va a segno, trapassando la spalla del sultano da parte a parte; spingerlo indietro e ignorare il suo sguardo disperato, spingerlo indietro e costringerlo contro il parapetto prima di estrarre la spada e colpirlo di nuovo, così forte da farlo cadere all’indietro, in un volo di centinaia di metri fino a terra, mentre tutto ciò che rimane a loro è un urlo disperato e terrorizzato.

Kostantin si ritrova a trattenere bruscamente il respiro in quei secondi che si susseguono con una lentezza tale da farle perdere il controllo; secondi alla fine dei quali Ghasaan è sparito, Ghasaan non c'è più e tutto quello che sente nella sua mente è l'urlo di dolore della caduta. Si alza in piedi, arrancando dolorosamente fino alla balconata, sforzandosi di non gemere per il dolore, incerta se quello che ha appena visto sia davvero reale o meno. Non lo vede più, non lo vede più e nello stringersi addosso quei pochi residui di stoffa non può fare altro che lasciarsi sfuggire di nuovo quella risata un po' folle e un po' liberatoria. Ghasaan non c'è più, Ghasaan ha perduto tutto e ora lei può morire in pace.

Per un istante Augusto non si rende conto della principessa, troppo impegnato a riprendere il respiro; non si rende conto del modo in cui si avvicina alla balconata, almeno fino a quando non la sente ride. Lei ride e il cuore del cavaliere cristiano si spezza ancora di più, più di quanto non avrebbe creduto possibile.

Le si avvicina velocemente, prendendola piano per il braccio, sperando tutto se stesso di non farle male: «principessa..» sussurra alle sue spalle, richiamandola con un tono di voce a dir poco angosciato. Tutto quel sangue e lo stato in cui è ridotta lo preoccupano così tanto da non riuscire più a pensare lucidamente.

«Vi ringrazio per averlo fermato, vi ringrazio per averlo ucciso, vi ringrazio per essere arrivato in tempo. Il regno è vostro» si limita a mormorare piano Kostantin, prima di liberarsi dalla sua presa e aggrapparsi alla ringhiera della balconata.

«Che cosa state dicendo? Dovete venire con me, dobbiamo curarvi al più presto e assicurarci che stiate--» ma lei si sporge ancora di più oltre alla balconata e Augusto non capisce perché, non capisce cosa stia succedendo e tutto quello che sa è che lo stomaco, il cuore e i polmoni si stringono in una morsa d’ansia, costringendolo a prenderla piano per le braccia e a farla scostare; «vi prego..»

«Non voglio essere curata» Kostantin sa di aver già perso troppo, troppo e troppe cose per voler continuare a vivere. La sua mente è piena di ricordi troppo dolorosi che la tormentano giorno e notte e tutto quello che riesce a vedere davanti a sé è una vita identica a quella che aveva prima, con la semplice differenza data dal cambiamento del boia; «vi prego di lasciarmi sola, ora».

«Avete perso troppo sangue» ma il cavaliere cristiano insiste ancora, convinto che le sue parole siano solo frutto dello shock e della debolezza, prima di prenderla con appena più forza e farla voltare verso di sé; «non posso lasciarvi sola in queste condizioni».

«Avete la città, avete il regno, avete già tutto quello che volete!» ma la principessa si scosta bruscamente da lui, quasi incespicando e aggrappandosi alla colonna per non cadere – le gira la testa e comincia a trovare faticoso rimanere in piedi; «lasciatemi quel poco di dignità che mi rimane e fatemi morire così!»

«Morire così? Che cosa state dicendo? Non dovete morire, sono venuto per salvarvi!» il cavaliere la prende di nuovo per le spalle, stringendola come può al petto, tentando di non farle male; «fidatevi di me, non c'è tempo».

«Non ho la minima intenzione di essere salvata da voi per ripiombare in questo inferno!» esclama la ragazza nel debole tentativo di scostarsi di nuovo, ma le sue forze vengono sempre meno e Kostantin si trova costretta ad appoggiarsi a lui; «io--» non fa in tempo a finire la frase, troppo stanca perfino per quello.

Passa solo qualche istante prima che tutto diventi buio.

 

*

 

Quando Kostantin finalmente riprende i sensi si ritrova costretta a trascorrere interi minuti con gli occhi chiusi per tentare di placare la morsa dolorosa che le stringe le tempie – deve aver sbattuto la testa nella caduta, si dice cercando di ricordare con scarso successo cosa sia accaduto.

Per i primi istanti non si rende nemmeno conto di dove si trova e tutto le sembra normale, tutto le sembra seguire la solita routine: non è certo la prima volta che si risveglia piena di dolori senza ricordare cosa le sia successo. Ghasaan sarà stato più arrabbiato del solito, ecco tutto; sarà stato più arrabbiato e più violento, nulla di diverso dal normale.

Ma più passa il tempo più nella sua mente si affacciano pensieri che non riesce a ricollegare come dovrebbe, tanto da non riuscire a farle capire se si tratti di un sogno o della realtà. Ricorda la figura di un cavaliere cristiano – che ovviamente collega subito con Al - Nawfal, perché non le è mai interessato alcun altro crociato né si è mai sforzata di avere informazioni su altri cavalieri –, ricorda la morte e la sofferenza di Ghasaan. Ma non può essere vero, si ripete, quella non può essere la verità: affidarsi alla propria mente e credere che Ghasaan sia davvero morto, che mai più tornerà a tormentarla è troppo bello e troppo dolce perché lei riesca a crederla la verità.

«Mia signora?» l’unica ancella rimasta, l’unica delle sue dame che il sultano ancora non ha eliminato, fa il suo ingresso nelle sue stanze con quell’unica frase appena sussurrata, sperando di non svegliarla.

Kostantin la guarda senza capire come lei possa essere lì: Ghasaan ha proibito a tutti di entrare in quelle stanze e le chiavi sono custodite a vista dalla guardia privata del sultano. La guarda quasi con timore, cercando in tutti i modi di capire cosa stia per succedere: è forse un altro modo per farla soffrire? L’ennesimo scherzo crudele di Ghasaan che tenta di farle credere di aver smesso di tormentarla soltanto per poi strapparle via qualsiasi traccia di speranza?

«Siete sveglia?» domanda di nuovo l’altra donna e Kostantin si sforza di allontanare la propria mente dal vortice di terrore che per l’ennesima volta l’ha catturata. Non riesce comunque a rispondere a quella domanda, limitandosi invece ad annuire piano e tentare di scacciare il dolore alla testa.

È in quel momento che dalla porta socchiusa fa capolino una persona che Kostantin di certo non credeva reale: un uomo con le stesse fattezze del cavaliere cristiano del suo sogno la guarda con un’espressione preoccupata e tutto quello che la principessa può fare è tirarsi a sedere velocemente – lasciandosi sfuggire un mezzo gemito di dolore per quel movimento brusco – e coprirsi con il lenzuolo leggero.

«Non sforzatevi!» esclama il cavaliere, avvicinandosi velocemente a lei e prendendo posto accanto al letto, posando delicatamente le mani sulle spalle della donna per farla tornare sdraiata.

Kostantin non riesce a fare altro che guardarlo sconvolta, cercando di realizzare che se lui è davvero lì allora vuol dire che quello che ricorda non è soltanto un sogno, vuol dire che quello che ricorda è successo davvero, vuol dire che Ghasaam è davvero morto; «siete vero?»

Augusto si sforza di sorriderle ma la preoccupazione prende il sopravvento e trasforma quel sorriso in una piccola smorfia che subito tenta di nascondere: «come vi sentite?»

«È tutto reale? È successo davvero? Ghasaan è morto?» la serie di domande che sfuggono dalle labbra di Kostantin si fa sempre più pressante e ansiosa, tanto da costringerlo a stringerla piano per le spalle e a ricercare il suo sguardo con fermezza.

«È tutto finito, principessa» mormora quasi dolcemente, nel tentativo di tranquillizzarla. Le ancelle rimaste hanno potuto raccontargli qualcosa in più delle leggende e quello che Augusto è venuto a sapere l’ha lasciato con un odio in corpo mai provato prima: il racconto delle violenze subite da Kostantin gli ha fatto desiderare di non aver ucciso Ghasaan soltanto per poterlo torturare fino alla fine dei suoi giorni. Quasi non si rende conto di quanto suonino assurdi questi pensieri nella sua mente, tanto forte è l’intreccio di rabbia e preoccupazione dentro di lui; «nessuno vi farà mai più del male, ve lo prometto».

Ma Kostantin sembra non ascoltarlo nemmeno, troppo concentrata a ricordare e razionalizzare la fine del sultano e del suo potere su di lei; per interi minuti rimane immobile, lo sguardo fisso nel vuoto, fino quando non sembra riscuotersi e tornare a guardare il cavaliere; «che cosa è successo? Da quanto sono qui?»

«Non più di due giorni, mia signora. Avete perso molto sangue e--» ma Kostantin scuote la testa, stringendo senza nemmeno pensarci la mano di Augusto.

«Avete preso la città, vero? I soldati di Ghasaam sono..?»

«Morti. Tranne quei pochi che si sono arresi» Augusto conclude la frase annuendo appena, portando la mano a sfiorare delicatamente quella della donna che ancora lo guarda come se non riuscisse a capire. La osserva meglio, ora che può farlo senza il timore che qualcos’altro accada, e tutto quello che riesce a pensare è che i racconti e le leggende avevano davvero ragione: è bella, più bella di qualsiasi altra donna lui abbia mai visto, con la pelle bruna e gli occhi di un verde incredibile che lo spingono sempre e comunque a ricercare il suo sguardo. La cascata di capelli castani che le scende sulle spalle, morbida ed elegante perfino dopo tutto quello che ha passato, gli fa desiderare di affondare il viso tra le ciocche e inspirare appieno il profumo che sente già da quella distanza.

«E di me che ne sarà, ora?» mormora pianissimo Kostantin, abbassando lo sguardo e sentendo improvvisamente cadere sulle sue spalle tutta la portata di quello che è successo. Non ha idea di cosa succederà ma le poche alternative che le saltano alla mente eguagliano per orrore quello che ha dovuto sopportare per quattro anni della sua vita.

«La vostra città.. Antiochia è stata affidata a me» Augusto si concede qualche secondo di silenzio per contemplare il viso della donna, alla ricerca dei segni di una qualsiasi reazione a quelle parole, prima di ricominciare a parlare; «credo dovrete venire con me, come mia--»

«Prigioniera?» davanti a lei si apre di nuovo la prospettiva di una vita come schiava, stavolta al servizio di un cristiano che governa la sua città. Non sa quanto potrà essere peggio di Ghasaan – la sua mente fatica a credere che ci sia davvero qualcosa di peggio di Ghasaan –, non sa quanto soffrirà e l’unica certezza che ha è che non c’è scampo da quello che sta succedendo. Non c’è una via di fuga, non c’è modo per fuggire. Nulla.

«Verrete trattata con tutti gli onori dovuti, non come una schiava. Sarete prigioniera, sì, ma pur sempre una principessa» Augusto tenta di rassicurarla in ogni modo ma lo sguardo di Kostantin fa capire fin troppo bene che non esiste modo per convincerla che quella sia la verità.

La principessa non si fida di lui e onestamente Augusto non sa come darle torto.

 

*

 

Passano mesi prima che Kostantin riesca a fidarsi abbastanza da credere che davvero Augusto la tratterà come ha promesso: in quei mesi le è stato riservato ogni onore, ogni trattamento degno di una principessa e non le è stata fatta alcuna pressione, esattamente come Augusto aveva detto che sarebbe stato, ma nonostante questo Kostantin non è mai riuscita a credere che quella potesse essere la verità.

Ma dopo mesi finalmente, senza nemmeno sapere che cosa sia cambiato da un giorno all’altro, si sveglia con la consapevolezza che non tutti gli uomini sono uguali, che non tutti la tratteranno come Ghasaan, che non tutto deve per forza andare male.

È proprio quello il giorno che il cavaliere cristiano sceglie per chiederle di sposarlo – tremando di paura alla quasi certezza di un suo rifiuto: ha impiegato giorni e giorni a convincersi a farlo e nei pochi minuti che ha avuto a disposizione prima di parlarle stava quasi per scappare via e fingere di essersi sbagliato.

Ma proprio mentre Augusto si alza e fa per andarsene Kostantin esce dalle sue stanze e lo guarda con un sorriso che lui non le ha mai visto in viso; è costretto, davvero costretto a seguirla e a dirle tutto quello che prova, dimenticando ovviamente il discorso perfetto che aveva organizzato proprio quella mattina.

È con sua grande sorpresa che Kostantin sorride, lo prende per mano e non lo caccia via; certo: vedremo non è esattamente un sì ma viste le circostanze Augusto non può desiderare di meglio.

Aspetterà tutto il tempo necessario, aspetterà settimane, mesi, anni fino a quando lei non sarà pronta, fino a quando lei non vorrà. Aspetterebbe l’eternità, per lei.


 

Due giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa del rumore di pentole sbattute.

A quanto pare i muri del suo nuovo appartamento sono così tanto sottili che riesce a sentire più o meno tutto quello che succede nell'altra abitazione. Fantastico. Magari sarebbe stato meglio saperlo prima di decidere di trasferirsi.

Una voce maschile dall'altra parte del muro borbotta qualcosa su dei pancakes e del succo di frutta — abbastanza perché a Jesse venga immediatamente fame — per poi venire zittita da una risata e una seconda voce maschile.

«D'accordo, d'accordo, i pancakes arrivano subito. Ormai non mi saluti nemmeno più» ride una voce che Jesse fa in tempo a registrare come calda e soothing. 

«La colazione è il pasto più importante della giornata, no?»

«La colazione puoi farla al bar se prima non mi saluti» ride di nuovo la stessa voce. La risposta dell'altra persona si perde tra i pensieri di Jesse e per qualche momento tutto tace.

 

Due settimane dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa delle risate.

Sono voci che riconosce ormai fin troppo bene — e non può neanche incolpare i suoi vicini di casa perché, davvero, è tutta colpa di quei cazzo di muri. Jesse vorrebbe davvero non essere arrabbiato ma la combo dell'essere andato a letto due ore prima e dell'essere svegliato da persone felici quando invece lui dentro si sente uno schifo, gli rende impossibile la cosa.

«A volte sei così tanto stupido che, ti giuro-» la voce, spezzata da una risata, Jesse ha imparato a riconoscere come quella di Gabriel Reyes.

Gabriel è un buon vicino di casa: lo saluta con un cenno ogni volta che lo vede, si è già scusato per la questione dei muri — è un problema che abbiamo da sempre, non ci si può fare niente. Oltre ad essere un buon vicino di casa è anche un bell'uomo.

E no, questo Jesse non dovrebbe pensarlo.

«Pensavo mi amassi anche per questo!» risponde la voce del compagno di Gabriel. Jesse non si è disturbato ad imparare il nome. Soffermarsi sul significato del perché non è importante, ora.

«Ti amo anche per questo, infatti!» ride di nuovo Gabriel e Jesse si ferma a ascoltare con un po' troppa attenzione il suono che proviene dalla parte opposta del muro. Una risata non dovrebbe fargli sentire quelle cose, dentro.

«Potrei amarti ancora di più, però, se davvero venissi in palestra con quei pantaloncini».

 

Ventisette giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa del sesso.

Non è la prima volta e probabilmente non sarà neanche l'ultima. È la prima occasione, però, in cui Jesse si trova completamente incapace di smettere di ascoltare.

I gemiti di Gabriel sovrastano tutto il resto e Jesse non è del tutto sicuro se sia naturalmente così o se sia colpa della sua mente. Non è del tutto sicuro nemmeno di volerlo sapere.

In tutte le altre occasioni Jesse ha trovato un modo di smettere di ascoltare — musica nelle cuffie, il cuscino sopra la testa, uscire di casa in tutta fretta.

Questa volta, però, Gabriel si lascia sfuggire gemiti diversi da tutte le altre e Jesse non riesce in nessun modo a distogliere la mente da quello che sta ascoltando. 

C'è una parte di lui che se ne vergogna tantissimo. Pensa alla prossima volta che vedrà Gabriel sul pianerottolo e a quanto sarà imbarazzante; pensa a quanto sia effettivamente brutto da parte sua rimanere ad ascoltare un momento così intimo.

Per un singolo istante è quasi tentato di alzarsi e uscire davvero di casa — poi Gabriel geme di nuovo e Jesse si ritrova con il corpo improvvisamente incollato al letto.

 

Trentadue giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa delle voci concitate.

«Stai dicendo sul serio? Dici sul serio?» la voce di Gabriel risuona attraverso le pareti, passando in un istante fulmineo dall'assonnato all'attento; «sul serio sul serio?»

«Certo che dico sul serio, lo sai che non scherzo su queste cose» risponde la solita voce del tizio di cui Jesse non ha ancora imparato il nome. Jesse si mette a sedere nell'esatto istante in cui Gabriel si lascia sfuggire un'esclamazione di gioia.

«Lo sapevo! Lo sapevo che avrebbero dato a te quella promozione! Lo sapevo!» e dai rumori che sente Jesse riesce ad immaginare più che bene la scena che si sta svolgendo nell'altra stanza. Gabriel si è alzato dal letto e ha probabilmente abbracciato il suo compagno — e dal rumoroso cigolio del letto si direbbe che entrambi ci siano ricaduti sopra.

«Sono così fiero di te» mormora di nuovo Gabriel e senza sapere bene perché Jesse chiude gli occhi, concentrandosi solo su quella voce e tagliando fuori tutto il resto.

 

Quarantanove giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa delle urla.

«Non te l'ha mai detto nessuno che non si imbroglia?» la voce, più alta del solito, di Gabriel viene interrotta da una risata alla quale si unisce anche quest'ultimo, dopo soltanto qualche secondo.

«Forse un paio di volte!»

«Che educazione del cazzo!» ribatte Gabriel; e dai rumori che riesce a sentire, Jesse può immaginare che stiano probabilmente giocando. Forse un videogioco, o qualcosa di simile.

Gabriel ride ancora e Jesse si mette a sedere, cercando di capire che cosa non vada in lui. Perché deve esserci per forza qualcosa che non va, deve esserci per forza qualcosa di terribilmente sbagliato nella sua testa.

La sua stanza è buia, in disordine e piena di avanzi e bottiglie vuote e all'improvviso le risate che provengono da oltre il muro diventano troppo perché riesca a sopportarle.

«Piantatela di fare rumore!» esclama prima che possa rendersene conto, battendo una mano poco sopra la testiera del letto. Dall'altra parte del muro si sentono bisbigli concitati e improvvisamente il nulla. Chissà perché il silenzio è molto meno soddisfacente di quello che pensava.

 

Cinquantadue giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di nuovo per colpa delle urla e per qualche secondo il suo pugno si alza quasi automaticamente per battere contro il muro e farli stare zitti per l'ennesima volta. I minuti passano senza che Jesse faccia niente, però, perché questa volta le urla sono diverse da quelle che ha sentito fin'ora.

Per la prima volta da quando è arrivato, la voce di Gabriel non è né calda né pacata. Per la prima volta il tono di voce che sente non è divertito o emozionato o in qualsiasi modo definibile positivo.

Il momento peggiore di tutta la discussione, però, è quando la voce di Gabriel smette del tutto di essere udibile — e Jesse si ritrova ad ascoltare cose che non vorrebbe ascoltare, davanti ai suoi occhi l'immagine di Gabriel che si lascia parlare così.

Vorrebbe più di ogni altra cosa intervenire — ma non può farlo, non può fare niente nemmeno di vagamente simile. Può solo rimanere fermo ad ascoltare.

 

Sessantatre giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia nel più completo silenzio.

Poco tempo più tardi, Gabriel è immobile sul pianerottolo, lo sguardo fisso sullo zerbino davanti alla sua porta e Jesse non ha la più pallida idea di che cosa stia facendo.

«'Giorno» lo saluta con un cenno della testa, cercando di capire che cosa ci sia di così tanto interessante sul pavimento — o di così tanto brutto, visto e considerato lo sguardo di Gabriel.

Jesse ha la terribile sensazione che tutto questo sia un derivato del litigio con il suo compagno — perché non sono due giorni che non si sveglia per i rumori dall'altro appartamento e questo deve essere sicuramente il segnale che qualcosa non va.

Non vuole davvero impicciarsi nella vita di una persona che praticamente non conosce e di certo non vuole sembrare uno stalker. Nonostante una parte di lui sappia perfettamente che gli interessa davvero, quello che sta succedendo a Gabriel. Nonostante una parte di lui si senta anche troppo in colpa nel sapere perfettamente di aver sperato che succedesse qualcosa.

Ma il sorriso tirato con cui Gabriel gli risponde è abbastanza da farlo scappare dentro al proprio appartamento.

 

Settantasei giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di nuovo nel più completo silenzio.

Potrebbe essere un segnale positivo tanto quanto un segnale negativo. Forse non sente nulla perché Gabriel sta bene e il fidanzato è tornato e tutto è di nuovo normale. Magari stanno solo dormendo, magari non c’è nessun tipo di rumore molesto per una ragionevolissima spiegazione logica. Più tardi uscirà sul pianerottolo per prendere il giornale e si troverà davanti Gabriel, tranquillo e felice come al solito. Si saluteranno come sempre, Gabriel gli lancerà uno di quei sorrisi assassini e Jesse avrà la certezza che tutto è tornato alla normalità. Che aver pensato a Gabriel in quel modo non abbia comportato assolutamente noente di male.

Quando esce sul pianerottolo, giusto qualche istante prima che la porta dell’altro appartamento si chiuda, Gabriel ha il viso scavato e gli occhi stanchi.

 

Settantadue giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia con il chiarissimo rumore di qualcuno che piange.

Rimane immobile nel letto, improvvisamente incapace di muoversi, come se qualcuno lo stesse costringendo a rimanere fermo. I singhiozzi sono soffocati, quasi impercettibili. Non abbastanza perché Jesse non li senta, non abbastanza perché non siano riconoscibili per quello che sono.

Nell’altro appartamento ormai vive soltanto Gabriel, ma ci sono altre spiegazioni, giusto? Potrebbe avere un ospite? Sì, l’ha invitato apposta per piangere. Potrebbe essere un programma televisivo? Alle sei e quarantacinque di sabato mattina?

Mille altre spiegazioni possibili.

Quando la porta dell’altro appartamento si apre e Jesse si precipita sul pianerottolo, gli occhi di Gabriel sono inconfondibilmente arrossati.

 

Ottanta giorni dopo la fine del trasloco Jesse si sveglia senza nessun rumore. Per il terzo giorno di fila. A quel punto la preoccupazione è già salita a mille, specialmente considerato che non incontra Gabriel sul pianerottolo da giorni.

E se fosse successo qualcosa? E se si fosse sentito male? Ci sono mille possibilità, questa volta tutte negative, e Jesse non sa come comportarsi. Probabilmente sta esagerando, ne è consapevole, ma allo stesso tempo non riesce a farne a meno.

Rimane un’intera giornata quasi appostato contro la porta, aspettando di sentire qualsiasi tipo di rumore, qualsiasi tipo di suono che possa fargli capire che Gabriel sta bene.

Quando sente il rumore di chiavi sfregare contro la porta dell’appartamento vicino, si precipita fuori senza neanche pensarci.

«… Ehi, ciao» esordisce come un perfetto scemo, tentando di ignorare lo sguardo perplesso di Gabriel.

«Ciao».

«Ecco... stai bene? Non ti ho visto, negli ultimi giorni».

«Straordinari al lavoro» si limita a rispondere Gabriel prima di tornare in casa. Nessun sorriso, stesso sguardo spento dei giorni precedenti.

Jesse si appoggia alla porta e sospira.

 

Novantaquattro giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia con un improvviso desiderio di fare qualcosa.

Si alza in piedi, ignorando cautamente le lattine di birra vuota e gli avanzi di cibo, e finisce per dirigersi in cucina e per cucinarsi qualcosa di colazione. Il che ha del miracoloso, considerato che sono mesi che salta i pasti o mangia cibo da asporto o gli avanzi del cibo da asporto o gli avanzi degli avanzi del cibo da asporto.

Pancakes. Si alza dal letto, va in cucina, tira fuori gli ingredienti — stupendosi di avere il necessario in casa — e un’ora più tardi c’è un enorme piatto di pancakes sul tavolo.

Jesse non ha la più pallida idea di cosa l’abbia spinto a fare qualcosa dopo mesi e mesi di inattività quasi totale. Non sa se sia una cosa momentanea o una cosa duratura, non sa se la voglia andrà avanti per qualche giorno o se gli permetterà di fare altro.

Altro come cercarsi un lavoro, per esempio — come la maggior parte dei suoi amici gli sta ripetendo da mesi.

Sta di fatto che davanti a lui c’è un piatto di pancakes.

«E questi cosa sono?» chiede Gabriel quando si decide ad aprire la porta, fissando il piatto stracolmo di Jesse.

«Ne ho fatti troppi. Ne vuoi qualcuno?»

Gabriel supera l’attimo di incertezza e lo fa entrare, e la giornata per Jesse non potrebbe andare meglio di così.

 

Centodue giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia perché qualcuno sta bussando alla porta.

Si tira in piedi, ancora in preda alla confusione del sonno, e in qualche modo riesce ad arrivare davanti alla porta e ad aprirla. Davanti a lui c’è Gabriel e Jesse non sa come reagire.

Rimane in silenzio, non ancora del tutto sicuro che quello non sia un sogno, fino a quando Gabriel non si schiarisce la gola e gli porge quello che ha in mano.

«Ti ho riportato il piatto».

«Oh» è tutto quello che riesce a tirare fuori Jesse; «non dovevi. Cioé in realtà dovevi, hai fatto bene. Ne ho solo tre».

La mezza risata che scappa a Gabriel è probabilmente la cosa migliore che potesse succedere. L’ho fatto ridere io, continua a ripetersi Jesse, anche quando Gabriel è ormai andato.

L’ho fatto ridere io.

 

Centosei giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di nuovo con il desiderio di fare qualcosa. Qualcosa che, la sua mente suggerisce prima di poterla fermare, possa di nuovo far star bene Gabriel.

Per questo si veste, esce di casa, corre in libreria e in men che non si dica è di nuovo a casa.

«Sai il libro di cui parlavamo l’altro giorno?» chiede a bruciapelo, appena Gabriel apre la porta. Gabriel che lo guarda di nuovo con aria confusa e, dopo qualche istante di silenzio perplesso, annuisce.

«Ecco» si limita a dire, mentre gli porge il libro, godendosi l’espressione piacevolmente sorpresa di Gabriel. Potrebbe giurare che sia addirittura arrossito.

«Non mi avevi detto di averlo».

«… Oh, sì, mi sono completamente dimenticato di averlo già a casa. Anzi! Ne ho due copie quindi... quindi ecco, questa tienila pure».

 

Centododici giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di nuovo con il rumore di qualcuno che bussa alla porta. Jesse ripercorre mentalmente possibili appuntamenti con amici — forse Genji aveva detto di voler passare e lui non se lo ricorda? Oppure, ancora più probabile, Genji ha deciso di passare senza avvisarlo del tutto?

Quando apre la porta c’è di nuovo Gabriel, davanti a lui, e Jesse è improvvisamente un po’ troppo consapevole della sua attuale nudità. D’accordo, non proprio nudità-nudità: ha comunque dei boxer, ma praticamente è nudo!

«… Ehilà» cercando di tirare fuori il miglior sorriso del suo repertorio — e cercando allo stesso tempo di girarsi in modo da nascondere la pancetta da non bevo altro che birra perchè sono totalmente incapace di prendermi cura di me stesso.

«Non ti ho svegliato, vero?»

«Ma figurati, ero già in piedi da- ore. Da ore».

«… D’accordo allora» Gabriel sorride sornione, probabilmente perfettamente consapevole che Jesse stava ronfando fino a due minuti prima. Ma che importa? Gabriel sta sorridendo.

«Ho pensato... insomma, mi hai regalato un libro. Mi sembrava giusto ricambiare».

«Ma non dovevi ricambiare».

«Lo so. Volevo farlo».

 

Centoventi giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia per colpa di un irritante suono che proviene dal suo telefono. Con gli occhi ancora semi-chiusi procede a tentoni sul comodino fino a quando non riesce ad afferrare il suddetto telefono e a scaraventarlo via.

Solo dopo una mezz’ora si rende conto che l’irritante suono era il rumore della sveglia che ha programmato la sera precedente. Una sveglia. Dopo mesi. Sono piccoli passi.

Sforzarsi di concludere almeno un paio delle cose che aveva da fare — buttare la spazzatura e lavare i piatti senza chiedersi troppe volte da quanto sono lì — è più difficile di quello che sperava. Ma l’importante è il risultato, si ripete nel corso della giornata.

Non sa bene che ore siano quando un’improvvisa idea lo colpisce: afferra il primo pezzo di carta e la prima penna che riesce a trovare e dieci minuti più tardi sta infilando un biglietto sotto la porta di Gabriel.

Il libro mi è piaciuto moltissimo! Ne hai altri da consigliarmi?

 

Centoventinove giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di nuovo per colpa del telefono. Per colpa della sveglia, programmata sul telefono. Nove giorni di fila.

Jesse si alza, si veste, fa colazione e riprende la ricerca del lavoro. Ormai è una routine? La routine sembra funzionare.

Ha scoperto che segnare in una lista quello che riesce a fare in una giornata lo aiuta: ogni sera apre il quaderno e anche solo aver scritto una cosa lo fa stare meglio.

Buttare la spazzatura, fatto. Lavare i piatti, fatto. Spazzare per terra, fatto. Non saltare il pranzo, fatto. Bere dell’acqua, fatto. Doccia, fatto.

È ormai fine serata e Jesse si sta rilassando sul divano, guardando un vecchio spaghetti western che ha già visto milioni di volte e godendosi la sensazione di aver fatto qualcosa.

Con la coda dell’occhio Jesse nota qualcosa scivolare sotto la porta e un’ispezione ravvicinata lo porta a scoprire un biglietto scritto a mano.

Perché me lo chiedi con un biglietto?

 

Centotrentasei giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia e la prima cosa che fa è fiondarsi a rispondere a Gabe. Non sa bene perché non l’abbia fatto la sera prima — forse stava aspettando che il velo di imbarazzo scomparisse durante la notte. Se il motivo era questo, sicuramente ha funzionato.

Non ho il tuo numero di telefono! dice il biglietto che scivola sotto la porta di Gabriel. Jesse aspetta qualche minuto prima di andarsene, quasi come se sperasse in una risposta immediata.

Quando torna a casa dopo l’appuntamento con Genji — finalmente sei uscito! Non ne potevo più di vederti rintanato in quel buco! — Jesse trova un altro biglietto ad aspettarlo.

Un biglietto con un numero di telefono.

 

Centoquarantuno giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia di colpo e la prima cosa che fa è controllare il telefono appoggiato sul comodino. C’è una parte di lui che non può fare a meno di sentirsi un perfetto imbecille per il modo in cui si sta comportando - come se fosse un adolescente alla prima cotta e ne è perfettamente consapevole - e d’altra parte non farebbe niente di diverso neanche se potesse.

Come ogni giorno da quando si sono scambiati i numeri di telefono, c’è un messaggio di Gabriel ad aspettarlo. Jesse non ha ancora capito che razza di orari faccia esattamente Gabriel - o che voglia di vivere abbia per alzarsi alle cinque tutte le mattine e andare a correre. Jesse preferirebbe buttarsi giù dal balcone, onestamente, ma non può dire che gli dispiaccia svegliarsi e trovare i messaggi di Gabriel ad aspettarlo.

O vederlo salire le scale e sbirciarlo rientrare in pantaloncini e canottiera.

 

Centocinquantadue giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia perfino prima che suoni la sveglia. Il che, da solo, ha dell'incredibile.

Jesse si alza dal letto - Jesse rifà il letto -, si prepara la colazione, si veste ed esce di casa. Il cielo è limpido e la giornata è serena e Jesse sta andando al suo primo giorno di lavoro. Il suo primo giorno di lavoro, dopo mesi e mesi di niente.

Dopo mesi di depressione e vuoto e buio e incapacità di fare qualsiasi cosa al di fuori di bere, mangiare avanzi e dormire.

Jesse è riuscito a trovare un lavoro. È riuscito ad uscire di casa, è riuscito a sistemare lo schifo che aveva in casa, è riuscito a rimettersi in piedi. È così tanto in piedi da essere riuscito ad andare per tre volte di fila all'appuntamento con lo psicologo che ha finalmente deciso di vedere.

La giornata ha i suoi alti e bassi e nonostante tutto Jesse può dirsi sereno - non gli interessa la felicità, non in questo momento. Sentirsi tranquillo è tutto quello che potrebbe desiderare e molto più di quanto avrebbe creduto possibile.

Al suo ritorno a casa, Gabriel lo sta aspettando sulla porta - e d'accordo, forse non lo stava proprio aspettando, ma non ha importanza.

"Congratulazioni per il tuo primo giorno di lavoro," Gabriel ha quel sorriso che fa tremare le gambe di Jesse e la giornata finisce ancora meglio di quanto non sia iniziata.

 

Centosettanta giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia seguendo una routine che ormai è diventata la sua personale routine - aver scoperto che seguire una routine riesca a farlo sentire meglio di qualsiasi altra cosa ha ancora dell'incredibile.

La giornata prosegue con i suoi ritmi e Jesse si sta godendo la sua pausa pranzo quando il telefono vibra nella tasca dei suoi pantaloni.

Ti andrebbe di mangiare qualcosa, stasera?

Quello è un messaggio da parte di Gabriel. Un messaggio da parte di Gabriel che vuole sapere se Jesse ha voglia di uscire a mangiare con lui. Un messaggio da parte di Gabriel che gli sta chiedendo di uscire.

Magari non uscire nel modo in cui Jesse vorrebbe, d'accordo. Questo non ha importanza. È un'occasione per vedere Gabe, per passare del tempo con lui. Per riuscire a farlo sorridere almeno un paio di volte - più di un paio, se Jesse è particolarmente in forma.

A che ora ci vediamo?

 

Centonovantasei giorni dopo la fine del trasloco, Jesse ha perso il conto delle volte in cui lui e Gabriel sono usciti insieme per mangiare qualcosa. Per vedere un film, per fare due passi, per parlare e sfogarsi dei rispettivi lavori e di qualsiasi cosa passasse per la loro mente.

Gabriel non parla mai della persona con cui stava prima e Jesse non chiede mai, non spinge mai. Tutto quello che gli interessa è la serenità di Gabriel, tutto quello che vuole è vederlo sorridere. Non farebbe mai niente per mettere a repentaglio la sua tranquillità.

E sicuro come l'oro non farebbe mai niente per mettere a repentaglio quella particolare relazione che hanno costruito in quel poco - e non è più così poco, Jesse si ritrova a pensare - tempo.

 

Duecentoquattro giorni dopo la fine del trasloco, Jesse fa la più grande stronzata della sua vita. Tutti i suoi buoni propositi e tutte le sue belle parole e tutti i suoi bei pensieri su quello che voleva davvero - e la felicità di Gabriel e la serenità di Gabriel e sono felice anche solo ad essere suo amico e tutto il resto - vengono prontamente lanciati fuori dalla finestra, e Jesse non riesce a fare altro che sentirsi una merda. Come la merda che è.

Perché aver baciato Gabriel è la cosa più stupida che potesse fare. E non importa che fossero seduti vicini sul divano, non importa che Gabriel stesse ridendo ad una delle battute cretine di Jesse, non importa che la mano di Jesse fosse casualmente appoggiata sulla coscia di Gabriel, non importa che Gabriel fosse tranquillamente appoggiato contro di lui. Non importa che Jesse quasi non si sia reso conto di quello che stava succedendo - non importa che abbia pensato a quanto Gabe fosse bello in quel momento, non importa che abbia pensato a quanto fosse bella la sua bocca mentre rideva. Non importa niente di tutto questo.

Importa che Jesse abbia baciato Gabriel, mettendo a rischio tutto quello che ha conquistato passo dopo passo.

Importa che Gabriel abbia ricambiato per qualche secondo, prima di ritrarsi con un'espressione che Jesse non riesce a descrivere in altro modo se non spaventata.

 

Duecentodiciotto giorni dopo la fine del trasloco, Jesse si sveglia con il familiare rumore del telefono che vibra contro il legno del comodino.

Smettila di ignorarmi. Dobbiamo parlare di quello che è successo.

Ma Jesse non vuole, Jesse non ha nessuna intenzione di parlare di quello che è successo. Di sentirsi dire da Gabriel che forse non è il caso che si vedano ancora, che forse è meglio per entrambi se le cose tornino a com'erano prima.

Il che è stupido, davvero, perché ora come ora Jesse sta ignorando Gabriel, il che vuol dire che le cose sono tornate esattamente come prima. Jesse lo sa perfettamente ma non riesce comunque a trovare la forza di decidere cosa fare.

Non quando la prima e unica sensazione che ha è quella di aver rovinato tutto.

 

Duecentotrenta giorni dopo la fine del trasloco, Jesse la smette di essere un completo disastro - e un codardo, maledizione, un codardo - e cerca Gabriel per parlargli.

 

“Credo di essermi preso una sbandata per te nell’esatto momento in cui ti ho sentito parlare per la prima volta.”

“Adesso non esagerare.”

“No, dico sul serio.”

“Certo che sei incredibile.”

“Lo sono, lo so. Me lo dicono tutti. Gabriel?”

“Dimmi.”

“Non riesco a smettere di pensare che sia colpa mia. Che vi siete lasciati perché volevo che succedesse.”

“Non essere sciocco, non funziona così. C’erano tanti altri problemi.”

 

Il primo giorno del resto della sua vita, Jesse si sveglia con il respiro pacato di Gabriel al suo fianco.


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